Per comprendere la cultura e le tradizioni dei tabarchini è inevitabilmente necessario fare riferimento alla storia. Nel lontano 1541, i Lomellini, nobile e potente famiglia di Pegli, ottenuta in concessione da Carlo V re di Spagna, Tabarca, piccola isola posta sulla costa tunisina presso il confine algerino, vi insediarono un gruppo di coloni pegliesi e di altri centri della riviera ligure dove per circa 200 anni esercitarono in quei mari la pesca del corallo e altri importanti attività commerciali. Nei primi anni del 1700 la colonia di Tabarca cominciò a dare segni di crisi e di malessere per il graduale e inarrestabile mutamento del quadro politico che si stava delineando nel Mediterraneo. La pressante ingerenza della politica francese, il disinteresse che la corona spagnola mostrava per quel suo antico presidio, il progressivo declino della Repubblica di Genova, l’aumento della popolazione su un’isola di modesta estensione, il graduale deteriorarsi dei rapporti con le Reggenze di Tunisi e di Algeri, l’impoverimento dei banchi corallini, indussero il Lomellini nel maggio del 1719, a cedere in subappalto per dieci anni il possedimento ad alcuni nobili genovesi prima di riconsegnarlo a Giacomo Lomellini che terrà la gestione dell’isola sino al 1741 anno in cui la Reggenza Tunisina, insospettita del fatto che si volesse cedere l’isola alla Compagnia Francese dei Coralli, occuperà con un esercito di 5.000 arStemma Casa Savoiamati l’isola mettendo fine alla colonia ligure in terra d’Africa. Qualche anno prima, nel 1738 un gruppo di quei coloni abbandonava l’isola africana per approdare in Sardegna, grazie al volere di Carlo Emanuele III che attuando la politica di ripopolamento delle coste sarde concesse a cento famiglie di Tabarca, l’isola disabitata di San Pietro per costruirvi una città fortificata atta a difendere le coste e allontanare il pericolo dalle frequenti incursioni barbaresche. Nacque così Carloforte, ma tabarchini continuarono a chiamarsi i suoi abitanti, che mantennero e mantengono caparbiamente fede alle loro origini storiche e culturali che si rispecchiano fedelmente negli usi e nei costumi. Tabarca che per due secoli era stata genovese, divenne mussulmana. In quel triste giugno del 1741 ottocentoquaranta abitanti furono fatti schiavi e portati a Tunisi, centoventi di essi più fortunati, furono liberati e trasferiti a Carloforte nel 1751, grazie all’infaticabile opera diplomatica del conte Giovanni Porcile, comandante tabarchino della marina sarda e all’intervento del re di Sardegna in onore del quale i carolini erigeranno il 23 luglio del 1786 la statua marmorea sulla piazza principale del paese. I tabarchini liberati ripararono a Carloforte, gli altri, deportati nel 1756 ad Algeri in seguito al conflitto tra le due Reggenze, dovettero attendere circa 27 anni prima di ottenere la liberazione. Furono infatti riscattati nel 1769 dal re di Spagna Carlo III, che concesse loro l’isola Plana presso la costa di Alicante ribattezzata Nueva Tabarca dove 311 tabarchini guidati dall’ultimo parroco di Tabarca Giovan Battista Riverola posero piede nella primavera del 1770. Nel frattempo un gruppo di tabarchini liberi che scampati alla razzia di Tabarca del 1741, si trovavano a Tunisi inviarono al re di Sardegna il 23 gennaio 1769 un’accorata “domanda della Nazione Tabarchina per abitare l’isola di Sant’Antioco”. Circa 38 famiglie, dopo un viaggio lungo e travagliato, poterono giungere sulla costa dell’isola di Sant’Antioco in Sardegna ai primi di settembre del 1770 col battello Ancilla Domini lo stesso sul quale erano partiti da Tunisi nel giugno dello stesso anno dando così inizio alla fondazione di Calasetta. Ma se gli abitanti di Nueva Tabarca furono ben presto fagocitati dall’inevitabile processo di integrazione culturale spagnolo, dimenticando via via la loro lingua e manifestando la loro origine solo nei cognomi e nel nome dato all’isola che li aveva ospitati, non così si può dire per le comunità di Carloforte e Calasetta dove persiste ancora lo spirito tabarchino mantenuto vivo e vitale attraverso la lingua che ancora dopo 5 secoli la popolazione continua a parlare diffusamente.

(testi a cura di Luigi Pellerano, Rosa Cambiaggio e Gianni Repetto)

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