Per due secoli l’isola di Tabarca rappresentò per i Lomellini un’inestimabile fonte di guadagno. Con la pesca e la vendita del corallo la famiglia riuscì ad accumulare ingenti ricchezze con le quali si rese munifica in Genova, fece costruire splendidi palazzi e ricostruire la chiesa di Nostra Signora dell’Annunziata del Vastato, per la cui fabbrica destinarono il 3% d’elemosina sui profitti che facevano. Dovendo colonizzare l’isola i Lomellini, che avevano a Pegli notevoli possedimenti, trovarono naturale inviare la popolazione locale, formata da semplici pescatori ma tutti dotati della caratstoria5teristica genovese di allora di essere particolarmente aperti al commercio e all’avventura. E così quasi trecento famiglie pegliesi, per un totale di circa mille persone, presero il mare, proprio da Pegli, e nel 1541 coraggiosamente si trasferirono a Tabarca, una piccola isola rocciosa avuta in concessione dai Lomellini presso la costa tunisina, dove nel frattempo gli stessi Lomellini avevano provveduto ad installare un discreto presidio militare nel bel forte fatto erigere in vetta all’isola che si può ammirare ancor oggi. I Lomellini assunsero il diritto di nominare un amministratore di fiducia, con poteri quasi politici, che assunse a tutti gli effetti la carica di Governatore, e un ramo della famiglia mutò il cognome in Lomellini di Tabarca. Sull’isola i coloni si dedicarono alla pesca del corallo, che poteva essere venduto solo ai Lomellini, i quali a loro volta lo rivendevano sul mercato genovese. Ma i vicini Saraceni ed i Francesi però non si rivelarono affatto ospitali. I primi si specializzarono in scorribande, pirateria e cattura di schiavi da vendere o riscattare, mentre i secondi fecero dei veri e propri tentativi di occupazione, cercando di manovrare i Saraceni in modo tale da liberarsi della scomoda concorrenza pegliese. Tuttavia, l’azienda di Tabarca produsse i suoi frutti per molto tempo, fino a quando i banchi di corallo non si impoverirono e l’isola venne ceduta in subappalto. Verso la metà del XVIII secolo i rapporti fra i Genovesi e i Saraceni andarono a deteriorarsi sempre più. Nel 1741 il Bey di Tunisi organizzò una spedizione armata comandata dal proprio figlio Ikonos, e con un colpo di mano fece invadere l’isola, ordinando la distruzione delle abitazioni dei coloni e riducendone un gran numero in schiavitù, e si rimpossessò definitivamente di Tabarca sancendo così la fine dell’egemonia genovese e della famiglia Lomellini.

Come pervenne alla famiglia Lomellini

Alcuni storici sono propensi ad affermare che il possesso dell’isola di Tabarca alla famiglia Lomellini sia collegato alla cattura del famoso corsaro turco Dragut, effettuata nel 1540 nelle acque della Corsica dalle navi di Giannettino Doria. Dopo un periodo di prigionia a Genova sembra infatti che lo stesso pirata abbia ceduto l’isola alla famiglia Lomellini in cambio della libertà. Secondo quanto narrato dalle cronache, mentre stava corseggiando nei mari di Corsica, la notizia giunse a Genova e subito furono armate e spedite dalla Repubblica due squadre navali di galee, una dei Doria e l’altra dei Lomellini. Mentre stavano veleggiando nel Tirreno, intercettarono la flotta corsara e ingaggiato quindi il combattimento, la squadra navale genovese riportò la vittoria e molte galee turche furono affondate, mentre altre riuscirono a fuggire. Il 22 giugno la flotta genovese fece rientro trionfalmente nel porto di Genova con 9 galee catturate, 1.200 schiavi cristiani liberati dal remo e altrettanti turchi prigionieri. Tra le navi catturate fu presa la Capitana della flotta turca, a bordo della quale si trovava Dragut che fu fatto prigioniero, e che nella divisione della preda toccò al Magnifico Francesco Lomellini, Comandante della sua squadra, e grandi feste si fecero a Genova e in tutto il litorale per questa cattura. Fu trattenuto per qualche tempo a casa Lomellini, ben trattato, in attesa di ricevere risposta alle varie lettere che aveva inviato ai suoi parenti a Tunisi per sollecitare l’invio del riscatto. Accortosi però che i suoi parenti non avevano nessuna intenzione di riscattarlo, e che avrebbero invece preferito farlo morire prigioniero a Genova, chiese al Lomellini la libertà, con la promessa che una volta arrivato a Tunisi avrebbe onorato il prezzo del riscatto pattuito, con l’aggiunta della cessione dell’isola di Tabarca e la concessione esclusiva della pesca del corallo. Il Magnifico Francesco Lomellini, a seguito di tale promessa fattale sotto giuramento secondo l’usanza della sua fede, non potendolo vendere poiché era un uomo assai corpulento e inadatto a qualsiasi esercizio fisico, e ancor più per levarsi di casa la soggezione e la spesa per il suo mantenimento, acconsentì alla sua richiesta e lo lasciò libero. Dragut, ritornato quindi in patria, tenne fede al giuramento prestato e rimise puntualmente al Lomellini quanto pattuito, inviandogli accorate lettere di ringraziamento con donazione dell’isola di Tabarca e relativi diritti commerciali. Altri ritengono invece veritiera la versione secondo cui Carlo V, di ritorno dalla spedizione su Tunisi del 1535, alla vista dell’isola di Tabarca e della sua posizione favorevole, abbia deciso di costituirvi un presidio militare, e dopo avervi fatto costruire la fortezza, le mura e i bastioni, l’abbia concessa in appalto alla famiglia Lomellini, interessata ad ottenere una base utile sia per i commerci con la Barberia, sia per la pesca dei coralli nei mari circostanti.

La pesca e il commercio del corallo

La maggior parte delle ricchezze acquisite dalla famiglia Lomellini attraverso l’amministrazione dell’isola di Tabarca furono derivate dalla pesca e dal commercio del corallo, che in quei mari era non solo molto abbondante, ma anche di ottima qualità. Le imbarcazioni utilizzate per la pesca erano le cosiddette coralline, munite di sei remi e di una sola vela, dotate di un equipaggio composto da un patrone e sette marinai, ognuno con compiti diversi e differenti livelli di retribuzione. Ogni volta che si prendeva il largo vi era una barca “di guardia”, che contava cinque marinai in più e che per motivi di sicurezza era la prima ad uscire in mare durante le battute di pesca e l’unica autorizzata a dare l’ordine di rientrare anticipatamente in caso di maltempo o di attacco da parte di pirati. Ogni corallina era poi dotata di due ordigni, posti rispettivamente a poppa e a prua, che venivano calati in fondo al mare per mezzo di lunghe funi di canapa. I pescatori, una volta giunti sul luogo scelto per la pesca, calavano i due ordigni sul fondo e poi, lasciando libere circa dieci braccia di fune, alzavano la vela seguendo la direcorallinazione del vento, o in caso di bonaccia, utilizzavano i remi, e muovevano l’imbarcazione trascinando le reti fino a che non ritenevano di averle riempite a sufficienza, allontanandosi dalla costa circa 10-20 miglia. La quantità annua pescata nei primi decenni di dominio genovese fu molto alta, mentre si ridusse notevolmente nei secoli successivi in seguito ad un probabile esaurimento dei banchi. Nel 1721, infatti, i pescatori tabarchini ricevettero un ordine dal tenore seguente: “Avanzarsi a pescare oltre alli andii consueti ad effetto di indagare in tal modo qualche frescure di corallo, forse a loro ignote, e che se trovate sarebbero poi al barcareccio tutto et à noi di maggior profitto, siccome apprendiamo che il continuare la pesca sempre ne medesimi siti non possa dare ad alcuno il beneficio bramato. In fatti la qualità de coralli che andiamo qui ricevendo dinota evidentemente essere poveri di essi i mari dove si pescano…”. Il corallo veniva interamente ceduto dai pescatori alla famiglia Lomellini secondo tariffe prestabilite e commisurate alla qualità del prodotto; una volta giunto a Genova era poi venduto all’Arte dei Corallieri sulla base di accordi prestabiliti. Ma la pesca del corallo non era la sola fonte di ricchezza per i Lomellini di Tabarca, che approfittarono della posizione strategica dell’isola per instaurare proficui commerci con i territori barbareschi, dove si producevano in grande abbondanza grano, orzo, fave, olio, cera, lana e cuoia bovine salate. A Tabarca questo genere veniva venduto ai Genovesi dalle popolazioni arabe ad un prezzo che, seppur condizionato dall’abbondanza o meno dei raccolti, era generalmente dimezzato rispetto a quello praticato in Italia. Analoghi vantaggi si avevano per il commercio delle altre merci. Per quanto riguarda l’isola, le pelli venivano generalmente salate in loco e inviate poi a Genova dove erano vendute ad un prezzo conveniente. Agli abitanti non era consentito di prendere parte ai commerci in quanto privilegio esclusivo dei Lomellini. A tal fine la famiglia intratteneva da Genova una fitta corrispondenza con il Governatore dell’isola, dal quale riceveva periodicamente notizie dettagliate sull’andamento degli affari, e al quale inviava regolarmente ingenti somme di denaro da investire nell’acquisto dei generi ritenuti più convenienti e per i quali si intravedevano migliori occasioni di profitto. Le mercipescacorallo comprate venivano poi riposte nei capienti magazzini dell’isola in attesa di essere imbarcate per Genova, dove venivano rivendute a mercanti provenienti da tutta Europa. Le imbarcazioni utilizzate per questi trasporti (pinchi, tartane, barche) non erano di proprietà degli amministratori, ma venivano noleggiate a Genova in occasione di ciascuna spedizione; inoltre spesso si ricorreva a bastimenti battenti bandiera francese per cercare di limitare i rischi di assalto da parte dei pirati. I contratti tra le parti venivano geneordignoralmente stipulati per viaggi di andata e ritorno, con partenza da Genova. Il carico era di solito assicurato sulla piazza di Genova per una cifra variabile che mutava in base alla portata del bastimento utilizzato per il trasporto e a seconda del numero di casse di corallo che si intendevano imbarcare, che costituivano la parte più pregiata del carico. Quando i magazzini dell’isola erano pieni e si prospettavano buone occasioni di guadagno, il Governatore era autorizzato a vendere direttamente i carichi a mercanti del luogo, evitando così di sopportare le spese di trasporto, di assicurazione e di gabelle per l’invio degli stessi a Genova. Tale possibilità non riguardava però il corallo pescato, che ad eccezione di alcuni brevi periodi in cui i Lomellini ne autorizzarono la vendita diretta in terra tunisina, doveva essere obbligatoriamente inviato a Genova per essere ceduto all’Arte dei Corallieri. Al fine di poter commerciare e pescare liberamente era comunque di fondamentale importanza mantenere un rapporto di pace con le vicine popolazioni arabe. Per questo motivo, oltre ai dazi (le cosiddette lisme) dovuti alle reggenze di Algeri e di Tunisi, i Lomellini versavano anche dei tributi ai capi delle quattro popolazioni stanziate vicino all’isola. In cambio questi si impegnarono a mantenere la pace fra le loro genti e i Genovesi e a vendere ai Lomellini le loro merci ai prezzi pattuiti. Tali accordi permettevano ai tabarchini di spostarsi nei paesi vicini con una certa tranquillità, come pure era consentito ad Arabi e Turchi di frequentare l’isola.