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La fortezza di Tabarca, denominata anche forte Lomellini, è l’unica costruzione di rilievo rimasta sull’isola a testimonianza della dominazione genovese. Fatto erigere dalla famiglia nel XVI secolo insieme alle altre fortificazioni dell’isola, aveva lo scopo di difendere la colonia dalle scorribande dei pirati che costituivano un concreto pericolo di possibili incursioni esterne. Le sue imponenti mura assicuravano protezione alle case, ai porti e ai vari insediamenti, offrendo eventuale rifugio alla popolazione. Aveva una funzione più che altro dissuasiva, in quanto un vero e proprio attacco proveniente dalla terraferma, da cui l’isola era comunque dipendente per quanto riguarda gli approvvigionamenti dei generi di prima necessità, non poteva essere affrontato: Genova era troppo lontana e in caso di assedio i necessari rinforzi non sarebbero mai arrivati in tempo. Nella sua celebre relazione intitolata Memorie sull’Isola di Tabarca in Africa, redatta verso la fine del XVIII secolo da Stefano Vallacca, sacerdote nativo dell’isola, la fortezza viene così descritta: Tutta fabbricata in pietra forte, grossa e quadrata, capace di resistere a qualsiasi attacco. Le sue mura sono dell’altezza di settanta palmi circa; vi è nel suo secondo ingresso il ponte levatore e dentro la Fortezza vi sono tutti i comodi necessari per alloggiare ogni sorte di provvisioni, sufficienti per sostenere un lungo assedio. Nella sua parte interna vi sono volti e archi fortissimi di pietra quadrata, vi sono i magazzini per le munizioni, per la legna, per i mulini da cavallo, per i forni e per l’alloggio di molte persone, oltre vari comodi per il pane, farine, e cisternoni per l’olio e per l’acqua. Nella parte poi esterna, ossia nel piano superiore, vi è la chiesa, il palazzo per il Governatore e i quartieri sufficienti per alloggiare anche mille soldati. Questa può montare sino a trenta pezzi di cannone e dalla parte di Ponente, Maestrale, Tramontana e Greco è inespugnabile, a causa dei siti alpestri e ripidi dove è eretta e fabbricata, e dalla parte degli altri venti pure si rende fortissima in ogni sua parte, e lato. Alla relazione è allegata anche una pianta della fortezza, realizzata dallo stesso Vallacca con dovizia di particolari, nella quale vengono anche menzionati, tra le altre cose, i nomi dei tre bastioni: della Campana, della Colombara e dello Sperone.

Numerose testimonianze dell’epoca confermarono infatti che la fortezza, per la sua localizzazione e per la possibilità di installarvi fino a trenta pezzi d’artiglieria, era assolutamente inespugnabile, tanto da suscitare anche l’attenzione dei Cavalieri di Malta, ai quali non era sfuggita l’importanza strategica dell’isola, che in una relazione del 1587 espressero le seguenti considerazioni: Si può sguazzare dalla terra alla fortezza di Tabarca, la quale poco è maggiore di Sant’Angelo di Malta, molto forte, non potendosi battere da alcuna parte. Dentro vi stanno christiani genovesi di casa Lomellini, che ne pagano tributo al Bascia di Tunes per poter pescare coralli. Da queste descrizioni appare difficile comprendere come l’intera guarnigione, pur potendo contare su adeguate difese e cannoni (che erano presenti anche sulle altre fortificazioni dell’isola), abbia deciso di arrendersi senza nemmeno sparare un colpo quando nel 1741 sbarcò sull’isola il contingente tunisino. Ma è lo stesso Vallacca nella sua relazione a darci l’idea di quei concitati momenti e dparticolare forteelle motivazioni che portarono ad una simile decisione. Quando l’armata tunisina si presentò innanzi all’isola, il Governatore, che era un tale Giovanni Leone, pensò di inviare il tesoriere e il turcimanno a complimentare il figlio del Bey, Ikonos, che era il comandante della spedizione. Questi furono accolti con atti di buona amicizia e furono trattenuti nel campo. Il giorno seguente il detto Ikonos sbarcò con le galeotte sulla spiaggia del porto di ponente con duecento dei suoi soldati, lasciando accampata dirimpetto a Tabarca il rimanente della sua armata. Vedendo il Governatore un tale sbarco senza vedere ritornare i due ufficiali, iniziò a dubitare sulle sue reali intenzioni e perciò, unitamente agli altri ufficiali e religiosi, non sapeva a qual partito appigliarsi. Alcuni particolari dell’isola volevano opporre resistenza e sparare sulle galeotte con i cannoni per impedire l’ingresso al figlio del Bey, ma il Governatore, gli ufficiali, i religiosi ed altri, consigliarono diversamente, affermando che in una così critica circostanza sarebbe opportuno fare più maturi riflessi. Intanto i due ufficiali erano già nel campo di Ikonos e le barche dei pescatori erano tutte in mare, dove in estate s’intrattenevano tutta la settimana senza tornare a Tabarca; conseguentemente si doveva riflettere che, mancando in quell’isola 282 uomini dei più forti, mancava il nerbo della popolazione, perché toltone altri 170 che rimanevano (compresi i vecchi, gli infermi ed altri inutili) non rimanevano che le donne, i ragazzi e le fanciulle, così che pareva inutile il voler difendersi da cinque mila soldati turchi. Ma la riflessione che portò all’inevitabile decisione fu che se si fosse sparato con i cannoni contro Ikonos, sarebbe stato compiuto un atto col quale Tabarca si sarebbe dichiarata non più amica e tributaria di Tunisi, ma bensì sua aperta nemica, e in quel caso, quantunque Ikonos si fosse ritirato desistendo dal voler entrare nell’Isola, con tutta ragione avrebbe potuto spedire le sue galeotte a predare i pescatori di corallo, e assediare per mare e per terra l’isola, che trovandosi allora sprovvista di sufficienti munizioni da guerra, e specialmente di legna per i forni, non avrebbe potuto resistere all’assedio per più di un mese, ed essendo distante da Genova cinquecento miglia italiane, sarebbe stato superfluo attendere l’eventuale soccorso che i Lomellini potessero mandare in tempo debito. Infine Ikonos non si era mai dichiarato nemico, né aveva dato alcun segno di esser tale; erano già dodici anni che suo padre regnava a Tunisi con tutta buona pace verso Tabarca, quindi se fosse stata la prima ad aprire il fuoco con i cannoni, e con ciò rompere la tregua che teneva con Tunisi da 180 anni circa, il Governatore e tutti gli abitanti sarebbero stati criticati, e la perdita di Tabarca sarebbe stata ascritta alla loro imprudente condotta. Su tali riflessioni stimarono quindi più conveniente trattarparticolare forte1e con Ikonos, da quelli che loro effettivamente erano, cioè da amici e tributari, e con ciò gli aprirono le porte della marina e fu accolto con segni di amicizia e di rispetto. Una volta introdotto, egli fece sapere che era venuto per sua mera curiosità, per vedere un poco quell’isola e per assicurargli, anche da parte di suo padre, la sua protezione. Tali dichiarazioni furono di consolazione per gli abitanti e di conseguenza si dissiparono quei sospetti che avevano concepito e tutti rimasero contenti di non aver ostacolato il suo ingresso. Quando Ikonos entrò in fortezza furono sparate salve d’artiglieria in suo onore e per tutto quel giorno si fermò nel palazzo del Governatore, e anche vi pernottò; notando poi che era alberata la bandiera con la croce (quella genovese) disse che non era opportuno, essendo lui in fortezza, che fosse alzata la bandiera cristiana, ma bensì la turca, e per condiscendenza fu ubbidito. Nel giorno seguente però, l’11 giugno 1741, che fu il giorno fatale della perdita di Tabarca, fingendo di voler partire, Ikonos pregò il Governatore di fargli visitare la chiesa, pretendendo di voler salutare tutti gli abitanti dell’isola opportunamente fatti radunare sul piazzale antistante dove nel frattempo erano stati fatti affluire 200 dei suoi soldati. Allora egli togliendosi la maschera d’amico, ordinò che tutte le donne, i ragazzi e le fanciulle entrassero in chiesa, dove li fece rinchiudere; fece sfondare cento e più botti di vino che erano poste in magazzino per provvigione degli abitanti affinché nessun turco avesse il modo di ubriacarsi, e nel tempo stesso fece circondare dai suoi soldati tutti gli uomini e li fece condurre sulle galeotte per portarli al campo. Dopo aver condotto sull’isola altri mille soldati, fece saccheggiare e atterrare tutte le case e le chiese, ordinando che si lasciassero intatti solo la fortezza e i grandi magazzini dove erano riposti i generi per il commercio; il tutto fu eseguito in pochi giorni e nella fortezza fu lasciato un Agà con trecento soldati. Terminato il saccheggio, partì con tutti quei poveri abitanti che ancora non potevano credere di essere stati fatti schiavi, senza nemmeno aver avuto la possibilità di poter più rientrare nelle loro case per provvedersi almeno di qualche indumento, e nella stessa maniera trattarono Padre Gio Batta Rivarola, Parroco di Tabarca, con altri due suoi religiosi dell’Ordine di Sant’Agostino, i quali riuscirono, prima di esser legati, a consumare le ostie consacrate. Solo con il tradimento e l’inganno, quindi, la fortezza riuscì ad essere espugnata.