Massimo De Micheli

Le Famiglie Ottonello e Lomellini nella Storia della Repubblica di Genova
Accademia Urbense, 2011

Un percorso storico sulla Repubblica di Genova raccontato attraverso le vicende di due Famiglie ascritte al Patriziato Genovese, i cui personaggi si muovono nel contesto più ampio della Repubblica Aristocratica. Vengono sviluppati diversi argomenti di carattere storico e nobiliare: la Nobiltà genovese, dalle origini alla formazione del Patriziato, l’Ordinamento della Repubblica di Genova, i Palazzi dei Rolli, le imprese dei Cavalieri di Malta con il Grande Assedio e la Battaglia di Lepanto, l’isola di Tabarca, alcuni episodi di vita quotidiana nella Genova di Ançien Regime ed altro ancora. Il libro è ricco di materiale iconografico con illustrazioni a colori e b/n, e comprende altresì una sezione dedicata all’Araldica genovese ed alla giurisprudenza nobiliare.

IntroduzioneUn doge a villa rostan

Agostino Lomellini (1709 – 1791) discendeva da una delle più importanti famiglie nobili genovesi ed ebbe un ruolo politico di spicco, ricoprendo anche la carica di Doge biennale della Repubblica di Genova (cioè, in pratica, di Presidente di una Repubblica aristocratica e presidenziale ad un tempo). Soprattutto, però, Lomellini fu un uomo di cultura in un periodo, il Settecento, in cui la cultura era ancora considerata in un senso universalista e comprendeva alla pari scienza, letteratura, musica, arti visive, etc.

Con Agostino Lomellini la villa avita di Multedo visse forse il suo periodo di maggiore splendore, sia per la realizzazione dei nuovi giardini sia, e forse soprattutto, per la rilevanza a livello internazionale che assunse Multedo come cenacolo culturale. La bellezza ed il prestigio del giardino lomelliniano richiamavano letterati e scienziati italiani e stranieri e, inoltre, personaggi celebri dell’aristocrazia e della diplomazia internazionali: principesse di case regnanti, i reali di Napoli, il futuro quarto presidente degli Stati Uniti Jefferson (verrà eletto nel 1800), dignitari di vari paesi europei. Anche nel XIX secolo continuarono ad avvicendarsi a Multedo ospiti celebri, fra cui numerosi Savoia e il cancelliere Bismarck, fondatore dell’impero tedesco.

Approfondendo lo studio su Agostino Lomellini mi sono stupito di come quest’uomo sia stato sostanzialmente dimenticato: forse perché scrisse poco e la sua principale opera per il pubblico (il giardino di Multedo) non esiste più, ma soprattutto, credo, perché fu politicamente sconfitto sia all’interno (molti oligarchi genovesi, contrari al suo progressismo, ne impedirono le riforme) sia all’esterno (la Repubblica Genovese, dopo poco più di due decenni dalla sua morte, fu annessa dal plurisecolare e mortale nemico costituito dai Savoia e dal loro stato), mentre l’impostazione del dispotismo illuminato, in cui politicamente si mosse, venne ripudiata dai progressisti Rivoluzionari e Ottocenteschi, che pure a Genova potevano essere considerati in qualche modo eredi anche di Agostino Lomellini.

Presumibilmente per questa sconfitta politica Lomellini, che fu scienziato, filosofo e soprattutto politico, subì una sorta di damnatio memoriae.

A questo oblio contribuì, forse, anche il mondo culturale di cui fu un vero protagonista: fu infatti uno degli ultimi illuministi, ma non certo dei minori, in un mondo che, pur rinnovato dall’Illuminismo rivoluzionario ne ritenne soprattutto gli aspetti pratici e tecnico-scientifici ma non universalistici; il neoclassicismo e l’Arcadia, così presenti nella cultura umanistica di Lomellini, resistettero assai poco dopo la morte dell’ex Doge e vennero presto soppiantati dal Romanticismo.

A Pegli, sull’altro versante del Varenna e quasi dirimpetto alla settecentesca e neoclassica villa Lomellini, alcuni decenni dopo la morte di Agostino venne realizzata l’ottocentesca e romantica villa Pallavicini (il cui parco, forse, almeno in parte si ispirava ai giardini lomelliniani).

Il parco di Agostino Lomellini e Andrea Tagliafichi non esiste più da oltre mezzo secolo, il parco di Ignazio Pallavicini e Michele Canzio resiste ancora.

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Prefazione L'oro di Tabarca

Pier Guido Quartero ci presenta, nelle pagine che seguono, una movimentata vicenda famigliare ambientata nella Genova della prima Età moderna. Si inizia con una breve apparizione di Cristoforo Colombo, per arrivare agli anni di Andrea d’Oria ed alla sua triste storia famigliare e poi si passa oltre, spostando alcuni dei protagonisti nella colonia genovese di Tabarka, il piccolo isolotto di nemmeno un chilometro quadrato di superficie, a poche braccia dalla costa settentrionale della Tunisia.

L’Autore ha l’abilità di riferirsi ad un quadro storico disegnato puntualmente e con molta attenzione. La cornice di una storia ambientata alcuni secoli fa, anche con successivi rimandi, è sempre ricostruita con precisione.

Vi sono altri pregi nel lavoro di Quartero. I personaggi che si muovono nell’intricata vicenda narrata appartengono tutti alla Genova popolare del tempo passato. Ad una Genova che per noi è scomparsa solo pochi anni fa, quando la parlata genovese la faceva da sovrana dalle calate del porto ai quartieri del centro, a Castelletto, in Circonvallazione, a Carignano e ad Albaro non meno che nelle borgate esterne all’antica cerchia di mura. E sono personaggi ai quali sfugge sovente di bocca qualche accenno della parlata tipica della Genova di ieri, che ha la sapienza di esprimere dei concetti che solo un genovese nativo riesce a comprendere nei suoi significati più veri. Un lavoro genovese, quello dell’Autore, per un pubblico interessato ad una vicenda che si dipana fra caruggi e stradine del centro, ma anche in località fuori dalla cerchia cittadina, sempre marcate però con il sigillo della più completa genovesità.

Una parte interessante per gli sviluppi del racconto è ambientata a Tabarka, raggiunta dai personaggi-attori con una nave che aveva lasciato alle spalle il porto di Genova.

È piacevole la ricostruzione dell’ambiente di quell’isolotto, finito, in pieno Cinquecento, dal controllo spagnolo delle rotte africane nelle mani del d’Oria Padre della Patria, e da questi passato alla famiglia Lomellini per gli aiuti che molti dei suoi rampolli gli avevano fornìto nel corso della sua lunga vita.

L’isolotto, fortificato dai Lomellini, guarnito con qualche cannone e presidiato da un nucleo di armati, alzò la bandiera genovese per due secoli. I Lomellini riuscirono a mantenerne il possesso nonostante la costa tunisina distasse poche centinaia di metri dalle sue rocce avendola trasformata in una base commerciale utile tanto a quella nobile famiglia quanto alle popolazioni berbere della costa. Della vita di Tabarka genovese, vissuta all’interno dell’isola, non ci è giunto alcun documento se si eccettua un registro di lettere di uno dei Governatori genovesi, uno Spinola, che rappresentò gli interessi dei Lomellini per alcuni anni sul finire dei XVII secolo. Alcune di quelle lettere ci raffigurano le vicende di un breve periodo della vita della colonia ligure che si era stanziata a un tiro di schioppo dalla Tunisia. Erano in genere pescatori di corallo e di tonni, alcuni stabilitisi con le famiglie, altri che vi arrivavano da diverse località delle due Riviere, soprattutto Pegli, i quali durante la buona stagione facevano incetta dell’oro rosso della Repubblica di Genova – così era definito il corallo – e della pregiata carne dei tonni, conservata nei primi tempi sotto sale e successivamente sott’olio. Un piccolo ospedale e una piccola chiesa, la residenza del Governatore e la casermetta dei soldati erano i punti di riferimento di tutta la popolazione ligure che viveva su quella porzione di terra molto ridotta.

La grande animazione della vita di Tabarka era fornita dalle imbarcazioni che arrivavano da Genova o dalla Francia, che con le notizie portavano anche alimenti rari, vino e formaggi e che prima di partire caricavano le casse con le tre scelte di corallo e i barilotti con le trance di tonno conservate.

L’Autore, ambientando una parte della vicenda proprio a Tabarka, ci ha reso vivi non solo i personaggi, tutti dai bei nomi genovesi e con la parlata dei nostri vecchi, con le loro virtù e le loro esagerazioni, ma ha ricostruito anche stradine, case, terrazzi e giardini tabarkini, con tanto di focolare acceso, in cui si muovono, si incontrano, si parlano, si amano ed anche si ammazzano, come sull’impiantito di una scena, i principali attori del lavoro. E siccome si trattava di veri Genovesi, pur trascorrendo la loro esistenza lontano da casa, a questa anelavano a fare ritorno, sia per la nostalgia che prende quanti vivono lontani dal luogo in cui son nati, sia per far terminare la storia narrata nelle pagine che seguono laddove era iniziata. A Genova, appunto.

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PrefazioneL'eredità di Don Diego

Questo romanzo di Pier Guido Quartero – secondo di una trilogia inaugurata da “L’Oro di Tabarca” – si inserisce in uno spazio tuttora aperto. Che io sappia, non sono molti i testi narrativi di carattere storico che hanno fatto di Genova il proprio scenario, nonostante l’importanza della città nella configurazione politica, economica e culturale dell’Europa moderna. Si direbbe che la ricchezza del suo rapporto col passato, che anche di tale ruolo primario è effetto, ed è attestata da innumerevoli tipologie di fonti, non si sia tradotta facilmente in rielaborazioni letterarie: un dato di fatto sulle cui cause forse varrebbe la pena interrogarsi, e che Quartero contribuisce apprezzabilmente a ridimensionare.

L’autore non è nuovo al recupero in chiave narrativa della storia genovese. Infatti il mondo mercantile del Medio Evo; la vita sociale del secondo dopoguerra e degli anni sessanta rivisitata alla luce della memoria dei conducenti di taxi; il sistema di strade e “creuze” – quindi di forme di vita tradizionali e non – che si snoda tra le periferie, l’entroterra e le riviere, hanno dato luogo ad altrettante opere precedenti. Il romanzo si inserisce così in un disegno di recupero e rielaborazione letteraria del passato concepito all’insegna di una robusta continuità tematica, tanto che, anche in questo caso, il protagonismo di Genova appare indiscutibile. Infatti i singoli personaggi incarnano altrettanti aspetti della sua età moderna, dalla cultura alla prassi mercantile del ‘600 ai termini peculiari in cui le vicende personali intersecavano una storia cittadina scandita da elementi tipici forti. In primo luogo una aperta o sorda lotta di fazioni a base famigliare, che aveva il proprio momento eclatante in congiure dalla varia consistenza oggettiva, ma immancabilmente seguite o accompagnate da un profluvio di commenti, racconti e delazioni. Questi, come sempre in casi simili, dei fatti ridisegnavano e amplificavano i contorni reali. 

A tale dinamica Quartero dedica un’attenzione puntuale, che si esplica sia nelle narrazioni sia nelle valutazioni compiute dai personaggi, dalle quali emerge la sua conoscenza approfondita dell’argomento. Così la congiura di Vachero viene ricostruita cogliendone bene i risvolti extra genovesi connessi all’espansionismo sabaudo. Questa precisa riproposizione di un passato cittadino, non plasmato dalle sole vicende interne, costituisce l’elemento qualificante della strategia narrativa. Sul piano storico, si tratta di un’opzione obbligata, se pur non del tutto scontata. Dal punto di vista letterario, un approccio simile consente all’autore di arricchire la trama del racconto aprendola a mutamenti di scenario pressoché continui, che ne movimentano l’andamento e ne accrescono la “suspense”.

Il lettore viene così posto a contatto con scorci ambientali svariati, di cui sono puntualmente colti i tratti peculiari: l’enclave mercantile di Tabarca, a ridosso del litorale maghrebino, teatro di vicende personali dei personaggi del romanzo, condizionate dal governo e dagli interessi genovesi ma anche da rilevanti proiezioni della storia europea e mediterranea; i porti della Provenza, talvolta infidi per le navi della Repubblica; la Tunisi dei pirati e dei cristiani “rinnegati”…

Se dunque le dimensioni non solo genovesi del passato ligure acquisiscono uno sviluppo ampio, il profilo ed il concreto comportamento dei protagonisti, il loro linguaggio e cultura hanno però nell’identità genovese la propria matrice forte ed inequivocabile. È in primo luogo l’uso del dialetto ad attestare tale caratteristica. Non infrequente, se pur nel complesso contenuto, esso svolge l’importante funzione di accostare effettivamente i personaggi al lettore consentendogli di cogliere la loro peculiare modalità espressiva. E come sempre lo strumento linguistico è significativo di tratti caratteriali profondi. Il dialetto genovese, con la sua sobria essenzialità, col rapporto stretto e asciutto che instaura tra parole e cose, si presta bene ad esprimere l’esperienza vitale dei personaggi del libro: uomini e donne capaci di sentimenti tenaci, per i quali però la concretezza più rigorosa costituisce una dimensione esistenziale inderogabile. Che si tratti di amori incipienti o di affetti famigliari, in loro non c’è posto per autointrospezioni emotive che dilatino gli spazi dell’intimità: la realtà è sempre alle porte, ed è essa ad incardinare tutto il resto.

Oltre al linguaggio, il romanzo pone in risalto anche altri tratti inequivocabilmente genovesi, a partire dal rapporto col mare. Se pur non esclusivo – anche l’entroterra appenninico è oggetto di rievocazioni incisive – tale rapporto condiziona in modo ferreo gli sviluppi narrativi a cui è affidata la ricostruzione delle vicende dei protagonisti, dei loro successi e sconfitte. Sono infatti gli sbarchi improvvisi di pirati maghrebini o truppe francesi, gli abbordaggi, il blocco delle navi nei porti, i viaggi da un capo all’altro del Mediterraneo compiuti per trasportare le merci tipiche del commercio genovese a costituire, oltre le scansioni del racconto, le ragioni cogenti della sorte dei personaggi e delle loro strategie vitali.

Il rapporto “sine quo non” tra Genova e il mare emerge dunque in piena luce, integrato da altri elementi funzionali anch’essi alla rappresentazione di un profilo storico particolare ben percepibile, fra cui la mappa urbana entro la quale si svolge buona parte del racconto. La Genova del ‘600 infatti costituisce uno sfondo attivo, articolato in una fitta rete di riferimenti precisi, e ciò non solo per quanto riguarda l’onomastica di piazze e strade. Anche i mutamenti urbanistici, recenti o in atto, trovano una collocazione pregnante nella valutazioni e riflessioni di alcuni dei protagonisti. Quartero così connette con accortezza tali innovazioni alla percezione che di esse dovettero avere i contemporanei, inevitabilmente colpiti da taluni contrasti evidenti: per esempio, fra la lussuosa e ariosa armonia dei palazzi della “Strada Nuova” e la vicina Piazza San Matteo, uno spazio chiuso e rigidamente delimitato, sovrastato dalle case torri erette a garanzia del potere dell’”albergo” che essa ospitava nel Medio Evo. I due scenari urbani rinviavano alle modifiche di un tessuto politico ed economico che nella prima metà del seicento i genovesi attempati – come alcuni dei nostri protagonisti – avevano avuto modo di constatare personalmente.

Attraverso scorci narrativi simili, la storia della città, talvolta, penetra nelle pagine direttamente, acquisendo un rilievo proprio quasi autonomo. Così i teatri, le accademie, le pinacoteche, il mondo affollato dei letterati liguri, sono oggetto di una rivisitazione ampia e puntuale, a cui dà luogo il racconto vivace di una serata colta trascorsa – non senza qualche noia – da personaggi che colti non sono. Alcune traversie porranno alcuni di essi a contatto con un’ulteriore importante novità di quel periodo: la comparsa delle gazzette e la loro incidenza sulla vita politica e sui meccanismi dell’opinione pubblica incipiente. Avranno infatti modo di constatare come la notizia di una rissa tutto sommato banale, che li aveva coinvolti, in realtà costituisce l’esito di giochi dietro le quinte orchestrati nell’ambito della consueta contrapposizione tra gruppi famigliari, che ormai si servivano della stampa periodica per screditare i rivali coinvolgendoli in resoconti di cronaca nera.

Ma, come la storia politica della città, anche la sua fisionomia culturale appare sì caratterizzata da tratti propri forti, ma aperta all’arricchimento degli apporti stranieri: nulla di “insulare” dunque, come del resto inevitabile in un grande porto, centro da sempre di relazioni internazionali continue. Tra queste, Quartero considera con attenzione particolare il va e vieni di merci, uomini, storie e racconti che si dipana tra Genova e il Nord Africa islamico, Tunisi soprattutto.

È la base genovese di Tabarca, a breve distanza dalla città, che consente a liguri tutti d’un pezzo, quali sono i personaggi del romanzo, contatti incisivi con l’alterità islamica. Questi giungono a condizionare la loro vita modificandone le abitudini e la cultura, quella materiale in primo luogo. Così il cuscus entra a far parte delle consuetudini alimentari, se pur, certamente, addomesticato con gli ingredienti di casa, come la pasta, e cucinato nelle pentole tradizionali. Dettagli simili svolgono egregiamente la funzione di far percepire al lettore la vita reale dei protagonisti, con i suoi sapori e odori, nonché come essa finisca per divenire la risultante del rapporto fra ciò che sono e ciò che stanno imparando.

Le scene ambientate a Tunisi però – a mio avviso le più concettualmente dense e stimolanti del romanzo – evocano il contatto ravvicinato non solo fra forme di cultura materiale, ma tra sensibilità religiose in reciproco conflitto. Esse hanno modo di specchiarsi una nell’altra, non senza cogliere elementi affini, o quasi comuni, in quella che osservano.

Quartero affida la traduzione in termini narrativi di tale problematica complessa soprattutto a due figure: il “turcomanno” Toni e il bey di Tunisi Osta Morato. Il primo, nato in Spagna, catturato dai pirati maghrebini in giovane età, vive da allora una vicenda esistenziale che lo costringe a valicare ripetutamente le frontiere politiche e religiose tra Islam e cristianesimo. Paggio e soprattutto allievo di Osta Morato a Tunisi, ove diviene Musulmano, la sorte lo riconduce nel mondo cristiano proprio a Genova. Qui, mentre alcune famiglie potenti lo utilizzano in delicate missioni di riscatto dei parenti prigionieri nel Maghreb, egli intraprende un percorso spirituale di riconversione al cristianesimo fortemente anomalo. Secondo Toni infatti sulle sponde del Mediterraneo vi è un unico Dio che regna al di sopra delle diverse Leggi, senza discriminazioni, e questa unicità legittima la tenace aspirazione del turcomanno a divenire niente meno che gesuita, senza per questo dovere pentirsi della propria apostasia e meno che mai rinnegarla. Ma, per uno come lui, l’obiettivo ovviamente si rivela impossibile: la Chiesa e la Compagnia di Gesù della Controriforma sono quanto mai lontane dall’essenzialismo irenista, e ai loro occhi l’alternarsi di adesioni alle diverse religioni costituisce comunque un motivo di pesante sospetto. Tale diffidenza è condivisa dai personaggi laici del romanzo, che non apprezzano il turcomanno: “Quelli come lui sono da lasciar perdere”, afferma uno di loro. Ed in effetti lo sviluppo della narrazione sembra convalidare queste riserve. Toni infatti tradisce, uccide e finisce ucciso. Parrebbe dunque che il mancato ancoraggio stabile ad una legge religiosa e ad una civiltà abbia reso il turcomanno propenso al superamento delle regole poste a presidio della società e della morale, le quali da quella legge traevano fondamento e legittimazione tanto nel cristianesimo quanto nell’Islam. Per Toni, il superamento delle frontiere – spirituali e non – si traduce così nell’obliterazione dei limiti che dividono il lecito dall’illecito. La conclusione, innegabilmente pessimistica, trova però riscontro nella concreta configurazione storica di società ai cui occhi etica, religione e norme sociali erano indissolubilmente connesse. Del resto, numerose ricerche recenti e non attestano la spregiudicatezza e il frequente opportunismo che caratterizzavano non pochi protagonisti dell’oscillazione tra i due mondi. 

Quanto al vecchio Osta Morato, questi, in una cortese conversazione con gli ospiti cristiani seduti alla sontuosa tavola allestita nel suo palazzo, sembra fornire qualche conferma al nesso tra labilità delle frontiere mediterranee e spregiudicatezza di chi viveva quotidianamente del loro attraversamento. La sua storia personale però lo colloca a ben altro livello di potere e di esperienza, tanto che in lui la quasi naturalità della violazione delle norme etiche viene spesso a coincidere col cinismo del governante e del generale – islamico o no, non importa – pronto a tutto o quasi. Gli stupri così divengono un risvolto della guerra logico e comunque inevitabile; la cattura di schiavi un investimento accorto; l’estrema mobilità di alleanze e fedeltà una risorsa indispensabile per chi detiene il potere. Ma questi tratti non esauriscono il profilo di Osta Morato, che Quartero delinea con piena consapevolezza della multilateralità di personaggi come questo.

Originario della riviera ligure di Levante, Osta è legato alla sua terra da ricordi tenaci. Il rapporto emotivo con la Liguria, così, in lui è tanto operante da poter trasformarsi in patriottismo che lo induce ad offrire alla Repubblica il proprio sostegno militare, anche se Genova si guarderà bene dall’accettare le proposte di un alleato così scomodo. Osta Morato è dunque un genovese divenuto islamico, almeno ufficialmente, quindi lontano in ogni senso dalla patria, ma pur sempre, in fondo, ancora in parte genovese. È la ricchezza eterogenea della sua esperienza a fargli percepire la dura immanenza della guerra in atto fra le due aree del mediterraneo, nonostante i rapporti di ogni tipo che continuano a collegarle. Nel giovane Toni, aspirante gesuita pur dopo una lunga e sostanzialmente positiva parentesi islamica, non operava un’analoga consapevolezza della radicalità della contrapposizione che, nonostante tutto, divideva i due mondi. Ma questa consapevolezza non impedisce al vecchio Bey, ottimo conoscitore dell’uno e dell’altro, di cogliere tratti fortemente analoghi, che i suoi ospiti cristiani ritengono invece vizi esclusivi dell’Islam. L’omosessualità diffusa, per esempio, di cui egli ricorda la ricorrenza in taluni ambienti ecclesiastici, o l’abitudine di castrare dei giovani, sia quelli dedicati alla custodia dell’harem, sia i futuri coristi di alcune cappelle. Questo rispecchiarsi di un mondo nell’altro puntella bene il relativismo morale di Osta Morato, distogliendo in pari tempo il lettore da ogni manicheismo nel considerare lo scontro in atto. Uno scontro che viene magari messo tra parentesi da positivi rapporti umani, da lunghe tregue, da zone franche che prosperano al riparo della tolleranza reciproca, come Tabarca, ma pur sempre scontro, in fin dei conti.

È questo un dato di fatto che i contemporanei spesso percepivano bene come attestano le tante dimostrazioni di violenta ostilità nei confronti dell’Islam che scandirono l’età moderna: la dura e belligerante xenofobia che nel 1609 determinò l’espulsione dei moriscos spagnoli, l’esultanza per Lepanto, e in particolare per le alte perdite subite dai turchi, che esplose dopo la battaglia in tutte o quasi le città cristiane del Mediterraneo, a riprova di una frustrazione antica che ora la sanguinosa disfatta inflitta al nemico di sempre giungeva a cancellare. Dall’altra parte della barricata, le stragi di Cipro, che il romanzo ricorda.

Al riguardo, non condivido l’ottimismo retrospettivo di alcuni studiosi attuali, nelle cui pagine le frontiere che si sono aperte talvolta rischiano di obliterare il peso della guerra di ieri e di oggi. Ma Quartero, fedele alle regole proprie delle rivisitazioni rigorose del passato, anche in un romanzo fa del rispetto dei fatti reali il criterio che gli consente di narrare in modo convincente e vivace anche quegli altri fatti che sono creati dalla sua fantasia. Riesce in tale intento intercalando le parti più direttamente storiche, sempre puntuali, con vicende tipicamente romanzesche, come la caccia al tesoro che costituisce il filo conduttore tra il primo libro della trilogia e questo, oppure inscenando corteggiamenti andati a buon fine nonostante l’occhiuta sorveglianza che le matrone genovesi del ‘600 esercitavano sulle loro protette. Ma, anche là dove lo scrittore inventa, lo storico, benché sullo sfondo, resta ben presente, come ci dimostra l’esistenza documentata di procedimenti inquisitoriali che punivano i popolani tanto sensibili al richiamo di presunti tesori, sepolti in tempi remoti, da ricorrere a pratiche magiche per ritrovarli. 

Penso che un lettore come me, dedito alla storia moderna da molti anni, del romanzo debba apprezzare, in primo luogo, questo rispetto rigoroso per le regole dello studio e della ricostruzione del passato. La capacità dell’autore di narrare con sobrietà, con uno stile asciutto e un andamento rapido, nonché con ottima capacità di tenere il lettore in sospeso, fa da opportuno contrappeso al versante colto e più intellettualmente impegnato del libro.

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Primo antefatto: 27 Gennaio 1671Il segreto dell'alchimista

Mar delle Antille, dalle parti della foce del fiume Chagres.

La capitana, un galeone sottratto ai francesi in uno scontro di tre anni fa, è arenata sulla barriera corallina. Sulla tolda, il Comandante parla con i suoi luogotenenti. È tranquillo.

– Vi dico che è quello che volevo. Il Castillo de San Lorenzo de Chagresil è un obbiettivo finto. A me interessa la città: la prenderemo alle spalle, da terra. Da quel lato non hanno difese, quindi non abbiamo bisogno dei cannoni di bordo. Porteremo solo armi leggere. Quello che conta adesso è la velocità: bisogna arrivargli addosso entro domani; non dobbiamo dargli il tempo di prepararsi. Dite anche agli uomini delle altre navi che scendano sulle lance, portando con sé solo le armi per lo scontro diretto: pistole, sciabole e coltelli. Decidete voi se qualcuno più abile e più robusto può portare archibugi o, eventualmente, qualche piccola colubrina. Una razione di biscotto a testa sarà sufficiente: l’acqua si trova e, per mangiare, mangeremo a Panamá!

– Quel dannato Guzmàn ci ha fatto un brutto scherzo…

Il capo del piccolo manipolo di pirati in marcia verso le rovine della città mugugnava, rivolto ai compagni. Era successo che il Governatore di Panamá, Don Juan Pérez de Guzmàn, si era reso subito conto di non potersi battere con qualche probabilità di successo, dato che non c’era più il tempo per organizzare una solida difesa dalla parte di terra. Così aveva fatto ritirare le proprie truppe, troppo scarse di numero per potersi scontrare in un assalto all’arma bianca, quale era quello che si prospettava, e invitato i cittadini, circa diecimila persone, ad allontanarsi anch’essi dall’abitato. Sgomberata la popolazione, aveva fatto saltare tutti i depositi di munizioni e polvere da sparo, provocando così un incendio che aveva distrutto buona parte della città e deluso, almeno in parte, le aspettative di saccheggio dei pirati.

Gli uomini di Morgan, un esercito di circa millequattrocento uomini, preso atto della situazione, avevano preferito lanciarsi per le foreste, alla ricerca delle famiglie dei borghesi in fuga, e ora, terminata la caccia con un discreto risultato, tornavano a concentrarsi su Panamá, recando con sé il bottino racimolato. Nel punto di raccolta, un paio di centinaia di muli erano in attesa di caricare i preziosi sottratti a quei cittadini che erano stati raggiunti e depredati. Alla carovana si sarebbero aggiunti anche i prigionieri che i pirati avevano deciso di portare con sé, a scopo di riscatto oppure per venderli come schiavi nelle piantagioni di canna. Ormai c’era un metodo consolidato, nel saccheggio delle città, dopo tante esperienze che avevano avute sotto la guida di Morgan: prima Porto Principe e Porto Bello sull’isola di Cuba, e poi Cartagena, Maracaibo e Santa Catalina. Malgrado la firma dell’accordo di Madrid, stipulato tra Spagna e Inghilterra più di un secolo prima, gli inglesi non avevano mai smesso di praticare la guerra di corsa e, anzi, spesso fomentavano anche la pratica di una vera e propria pirateria.

Giunto in città, al punto di raccolta, il drappello di pirati si era liberato del carico del bottino. Ora, dopo aver sbocconcellato un po’ di cibo e preso qualche minuto di riposo, si misero di nuovo in cammino per dare un’occhiata tra le case. L’esperienza diceva che, a guardare bene, qualcosa di interessante si trovava sempre. Quello che sembrava avere maggiore autorità sul resto della banda, un gallese dalla mascella forte, con i ricci biondi legati da un fazzoletto sporco di sangue, conosceva i posti per averli già frequentati in altri tempi, come marinaio di navi da carico, e aveva in testa un’idea abbastanza precisa.

– Nell’area portuale c’è la Casa de los Genoveses. – Disse ai compagni – Quelli sono i peggiori strozzini del mondo: peggio degli ebrei. Fanno i banchieri per conto del Re di Spagna e gli portano via tutto l’oro che gli arriva da qua…

– Tutto quello che noi gli lasciamo, vuoi dire! – sogghignò uno dei suoi compagni.

Anche il gallese sorrise: – Già, ma ti assicuro che gliene rimane abbastanza. Questi, quando si tratta di denaro, sono veramente incontenibili: per trattare i loro affari, che poi sono sempre legati, per un verso o per l’altro, anche ai traffici marittimi, si sono trasferiti in massa in Portogallo e soprattutto in Spagna, concentrandosi in particolare a Cadice e a Siviglia. Poi, da lì, non contenti, sono anche emigrati nei possedimenti iberici del Nuovo Mondo, ottenendo, in diverse località, delle posizioni di privilegio se non addirittura di monopolio. Io credo che, se gli uomini un giorno dovessero riuscire a volare e andare sulla luna, troveranno un genovese che li aspetta e cerca di vendergli o comprargli qualcosa. Nel loro latino, hanno un motto: genovese, quindi mercante, e non ho mai sentito una definizione più giusta. Tanto per farti un esempio, qua a Panamá hanno avuto fino a oggi il controllo del trasferimento in Europa dell’oro, dell’argento e soprattutto degli schiavi. Ora voglio andare a vedere che cosa è rimasto dei loro uffici. Magari riusciamo a trovare qualcosa di interessante.

Il porto era un ammasso di rovine. Volute di fumo si alzavano dagli edifici destinati a magazzino delle merci, i cui tetti di legno erano stati divorati dal fuoco, che ancora languiva qua e là, in mezzo a travi abbattute e carbonizzate, residui di balle di cotone e altro materiale infiammabile, ormai ridotto in cenere. Un’ala del palazzotto, che era stato sede della compagnia genovese, era quasi completamente distrutta. Tuttavia la parte più antica dell’edificio, costruita in pietra quando, nel 1520, Panamá era stata fondata da poco e contava solo qualche centinaio di abitanti, aveva resistito bene. I pirati vi si introdussero con sicurezza, allungando sguardi curiosi alle pareti e al mobilio rimasto. Procedendo, frugavano qua e là, alla ricerca di qualche oggetto dimenticato nella fretta da parte degli impiegati in fuga, o anche di qualche segno rivelatore di possibili nascondigli dove fosse rimasto occultato qualche piccolo o grande tesoro, che i proprietari si illudevano di poter recuperare una volta giunta a termine quella buriana.

 Salita una rampa di scale, arrivarono a un piccolo vestibolo illuminato da una finestrella, il quale aveva sbocco attraverso una grande porta socchiusa. Passarono nel locale successivo senza esitazioni. Si trovarono in uno stanzone coperto di scaffali alle pareti, in evidente disordine. Qualcuno aveva prelevato con urgenza volumi e documenti, senza curarsi di cosa accadeva del materiale abbandonato. In fondo alla stanza, accanto a una vetrata assai ampia, c’erano due tavoli: uno, più piccolo, era vicino a un altro più grande, di rappresentanza, dietro al quale stava seduto, immobile, un uomo di poco più di trent’anni, vestito con sobria eleganza, che sfoggiava una folta criniera bionda con sfumature ramate sopra un volto leonino.

 I pirati si immobilizzarono per un attimo, vedendolo, poi uno di loro alzò la pistola puntandola sullo sconosciuto, ma il biondo che aveva il comando gli fece cenno di abbassarla. Si avvicinarono, incuriositi, al personaggio seduto, che manteneva la propria perfetta immobilità, solo muovendo lo sguardo dall’uno all’altro di loro. Giunti a qualche passo di distanza, poterono vedere, appoggiate sul ripiano del tavolo, una pistola arabescata e una scatola aperta, dentro la quale luccicavano monete d’oro e d’argento.

 – Per piacere, fermatevi – disse l’uomo con voce chiara, in ottimo inglese. Poi, vedendo che i nuovi arrivati rimanevano per un momento immobili, in attesa delle decisioni del proprio capo, riprese, rivolgendosi a costui:

 – Immaginavo che prima o poi qualcuno sarebbe venuto a dare un’occhiata nei locali della Compagnia. E ho preferito aspettarvi qui: per strada gira troppa gente e non si può ragionare con calma.

 Il gallese, ingolosito dalle monete e incuriosito dalla freddezza e dal coraggio mostrato dal proprio interlocutore, fece segno agli altri di aspettare e alzò il mento verso l’uomo seduto al tavolo, come invitandolo a concludere il discorso.

 – Qui vedete una modesta somma che vi offro a riprova della mia buona fede. – Riprese l’altro – Da qualche parte, e non illudetevi di trovarla, ho nascosto più o meno il doppio di quello che c’è qui. Ascoltate quello che vi propongo: questi soldi sono per voi, se mi accompagnate da Henry Morgan, e avrete il resto dopo che lui mi avrà arruolato tra i suoi uomini. Qui, per noi Genovesi, non c’è più posto. È da un po’ che gli Spagnoli non sopportano più di lasciarci i guadagni del trasferimento di schiavi e metalli preziosi in Europa. Poi ci siete voi, che imperversate su questi mari assalendo, svuotando e affondando le navi da carico del Re Cattolico: ho deciso che il vostro è un affare migliore del mio, e voglio entrarci. Se Morgan non è un fesso, e credo proprio che non lo sia, si renderà conto che le mie conoscenze nel ramo possono essergli utili. Poi, so anche battermi, se è necessario. Credo che capiate che vi conviene accettare la mia offerta: il vostro comandante ve ne sarà grato. Comunque, per sicurezza, – e qui alzò, lento, la mano, appoggiandola con delicatezza sulla pistola – ho preparato questa. Non temete – aggiunse in fretta – Non è per voi: è per me. Non ho nessuna intenzione di finire ad affumicare dentro ad un boucan oppure allo spiedo come un cinghiale cui sia stata praticata la barbe au cul. Quindi, per evitare che pensiate di recuperare ciò che vi ho promesso, estorcendomi le informazioni con la tortura, ho preparato questa pistola per me. Un gesto sconsiderato da parte vostra, e io mi farò saltare la testa.

 Il suo interlocutore guardò i compagni e, avuta dagli occhi di questi la risposta desiderata, tornò a fissare i propri in quelli del genovese:

 – Non avete nulla da temere, se vi comportate lealmente. Vi scorteremo dal Comandante Morgan. Intanto, volete dirci come vi chiamate?

 L’uomo rimase un momento sovrappensiero. Portava un nome antico: non gli sembrava il caso di coinvolgerlo in una storia di pirati. Avrebbe conservato solo il nome di battesimo, anche questo appartenente alla tradizione di famiglia. Prese delicatamente, con due dita della mano destra, la pistola e se la infilò alla cintura. Con la sinistra afferrò la scatola con il denaro e la tese al gallese.

 – Chiamatemi Strawberry, Luigin Strawberry. – Disse a mezza voce, con un sorriso rivolto più a se stesso che agli altri presenti. 

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All'ombra dei mirtiPrologo

Genova Multedo, primavera 2018
In quello che era stato l’antico parco della villa Lomellini – Rostan, o meglio in quanto ne rimaneva, la statua di un giovane satiro guardava, come sempre da oltre cinquant’anni, il prato rettangolare del campo di calcio di fronte a sé e, oltre il lato opposto, la sottile linea di cipressi e la grande statua di Dioniso, che accanto a questi era stata trasferita al tempo della costruzione del campo sportivo. Lo stesso destino aveva coinvolto il giovane satiro e molti altri suoi marmorei compagni, incluso Pan, l’antico dio dei pastori greci, il cui ghigno beffardo induceva il satiro a considerarsi personalmente irriso da più di duecento trenta anni.
Che avrà, poi, da ridere di me? Sembrava pensare il giovane, a cui lo scultore aveva dato un sorriso quasi enigmatico su un volto sereno, che in un tempo ormai dimenticato si era trasformato in malinconico, a causa della deturpazione che gli aveva portato via un considerevole spicchio di fronte.
Per essere una statua, il satiro non aveva avuto una vita monotona.
Aveva assistito dapprima alle adunanze settecentesche di uomini e donne di cultura, quindi di futuri cospiratori giacobini o carbonari, poi visite di principi e aspiranti re, ministri stranieri e religiosi; era passato attraverso due guerre mondiali e ne era uscito indenne. L’industrializ-zazione e lo sviluppo edilizio avevano cinto d’assedio il suo mondo, quel parco ricco di verde, monumenti e invenzioni curiose che lo aveva ospitato per due secoli sinché, con la realizzazione del campo sportivo e poi della vicina autostrada con il suo svincolo, aveva dovuto traslocare di alcune decine di metri, ritrovandosi all’estremità di una sottile gradinata a lato del rettangolo verde.
In buona compagnia, comunque.
Molti dei suoi amici erano stati ricollocati insieme a lui: fanciulle leggiadre, altri seguaci di Dioniso, Sileno sempre ubriaco e appoggiato alla sua botte e Pan, che non gli era mai riuscito del tutto simpatico, per lo meno non un amico di cui potersi fidare.
Anche il suo Dioniso aveva cambiato posto ed ora era proprio di fronte a lui. Il grande Tritone nel suo tempietto poco oltre l’altra estremità della gradinata, invece, non si era mai mosso, come quella capretta di marmo quasi accanto, seminascosta da un arbusto.
Tutto sommato, il giovane satiro non sapeva se invidiare il Tritone e la capretta.
Certo non si erano mai spostati, avevano goduto fino in fondo, almeno sino ad ora, della immobilità propria delle statue. Il Tritone, inoltre, protetto dal suo esile tempietto aveva subito poco o nulla l’ingiuria delle intemperie e il suo marmo era ancora come appena scolpito, ricco di dettagli e liscio, diversamente da quanto era accaduto a lui e agli altri suoi compagni sul bordo della gradinata, che si ritrovavano ormai con la superficie ruvida e molti dettagli inevitabilmente smussati e poco leggibili; ciascuno di loro, inoltre, era monco di qualche parte: persino Dioniso aveva perso un pezzo di una mano, per non parlare di altri cui mancava completamente qualche arto o addirittura l’intera testa.
Il Tritone, invece, troneggiava in tutta la sua bellezza classica, ancora più della capretta che se aveva conservato il suo posto originario aveva però sofferto le intemperie e qualche altra antica offesa, come testimoniava una zampa con una vistosa crepa, inflitta chissà quando e aggravata dal tempo e dalle piogge.
I motivi di invidia, quindi, non mancavano al giovane di marmo, che d’altra parte rivendicava le proprie avventure contro quelle vite monotone, chiedendosi a volte, in uno sprazzo di sincerità, se quella rivendicazione non fosse piuttosto una consolazione che dava a sé stesso.
Lo stridio dei vicini cancelli che si aprivano annunciava il prossimo ingresso di un gruppo di  tifosi per un allenamento della loro squadra del cuore; poco dopo il satiro venne distolto dai suoi pensieri da dei ragazzi, che si accomodarono tutti intorno a lui, mentre alcuni anziani raggiunsero Pan sinché, in pochi minuti, la gradinata fu quasi piena e colorata da striscioni e bandiere.
L’ingresso dei giocatori fu accolto da grida di incitamento e, come sempre a Genova, da qualche mugugno.
Paulo Roberto Riondo, appena entrato nel campo di allenamento, si era voltato verso la lunga e sottile gradinata per ricambiare il saluto della tifoseria. Era un pomeriggio importante per la sua appendice italiana di carriera calcistica: rientrava da un infortunio che lo aveva bloccato alla seconda giornata di campionato dopo aver potuto mostrare ben poco del suo antico valore, che aveva infiammato i tifosi brasiliani della sua vecchia squadra e della Seleçao.
Certo, con gli anni si era un po’ appesantito. Troppo, come aveva compreso senza bisogno di traduzione dal genovese quando, il giorno della presentazione della nuova squadra, aveva udito un anziano tifoso in prima fila commentare ad alta voce: “O me pä ciù riundu che Riondo”.
Non tutto il male, comunque, viene per nuocere e l’infortunio aveva confermato questo antico adagio: la fisioterapia, più intensa di quanto si fosse aspettato, gli aveva tolto qualche chilo eccessivo. Non che ora fosse una silfide, non che fosse tornato ad essere veloce e scattante come un tempo, ma il miglioramento c’era. Quanto alla potenza, quella non era mai venuta meno e, quando calciava, la velocità della palla compensava la lentezza delle gambe.
Indubbiamente, come anche il più critico dei tifosi era costretto ad ammettere, il suo destro continuava ad essere un cannone, il sinistro di più. Peccato, però, che la mira fosse meno precisa di un tempo.
Quel pomeriggio, incitato dal proprio orgoglio ancora più che dalle aspettative della tifoseria e benevolmente imbeccato dai compagni di squadra, sfoderò ripetutamente il suo potente tiro facendo viaggiare la palla attraverso il campo, non sempre felicemente, e realizzando qualche gol seguito da cori di apprezzamento e da applausi.
Preso dall’entusiasmo accennò anche qualche scatto, poi, comprendendo che non era cosa, tornò ad esibirsi soprattutto nei tiri.
Mario, fresco di pensione e tifoso da sempre, era arrivato in ritardo e aveva preso posto su uno spiazzo erboso sopra la gradinata, vicino alla statua di una fanciulla. Era curioso di vedere come se la cavava l’asso brasiliano, dopo il lungo infortunio, e con sua soddisfazione poté ammirare, oltre alle proverbiali cannonate, anche alcuni virtuosismi.
Un sinistro di Riondo, tanto potente quanto a casaccio, mandò la palla su un prato oltre la gradinata, dove rotolò per qualche metro per poi fermarsi bloccata da un arbusto.
Mario si avviò a recuperare il pallone ma lasciò ad un altro tifoso il compito di prenderlo e rimandarlo in campo, distratto da una sagoma bianca che, avvicinandosi, aveva intravisto dietro l’arbusto. Era la piccola statua di una capra, che non aveva mai notato nonostante le sue periodiche frequentazioni del campo.
E dire, per di più, che ogni volta che si recava a seguire gli allenamenti Mario ne approfittava per dare un’occhiata alle statue, in particolare al Tritone e a Pan, il cui sorriso malizioso ogni volta lo induceva, almeno per qualche secondo, a fantasticare. Apprezzava anche le altre sculture, inclusa quella del giovane satiro, ma le sue preferite rimanevano le prime due. La statua del capretto, invece, forse per le piccole dimensioni e la posizione quasi nascosta, non aveva mai attirato la sua attenzione.
Tutto sommato, pensava Mario osservando sorpreso il muso furbetto del piccolo quadrupede, non sono stato giusto con questa statua: l’ho sempre sottovalutata solo perché era piccola e mezza nascosta mentre invece è bella, più di altre che hanno il solo merito di essere più in vista.
Affascinato dalla scoperta inattesa, l’uomo si inginocchiò per osservarla meglio, appoggiandosi goffamente alla schiena della capra per mantenere l’equilibrio. Apparentemente senza motivo, la zampa lesionata si staccò di netto, con un sordo rumore che nessun altro avvertì, cadendo nell’erba a pochi centimetri da lui.
Dopo aver esaminato la zampa staccata, Mario tastò la frattura sotto la spalla del capretto e fu in questo modo che la scoprì, incastrata in un incavo ricavato nella statua, poco sopra la linea di rottura.
Al tatto sembrava un pezzo di legno e decise di toglierlo, per vedere se poteva usarlo come incastro per riattaccare l’arto mozzato della capretta.
Il pezzo di legno si rivelò essere una piccola scatola con una curiosa serratura metallica, una sorta di chiusura a scatto di un tipo che non aveva mai visto. Il tutto sembrava decisamente antico.
L’occasione fa l’uomo ladro, o per lo meno lo tenta, e quel pomeriggio Mario decise di non sconfessare il proverbio.
Dopo essersi accertato che nessuno lo stesse guardando, mise velocemente la scatolina in un tascone del giubbotto e tornò a seguire la partitella per una decina di minuti, dopo di che si avviò anticipatamente verso l’uscita per tornare a casa.
La scatoletta, posata sul tavolo di cucina, era illuminata dalla luce al neon del lampadario. Il suo aspetto antico e la serratura montata sulla superficie esterna, dall’aspetto di un bizzarro doppio chiavistello, avevano incuriosito Laura, che continuava a guardarla silenziosamente anche dopo che il marito ebbe finito di raccontarle come l’aveva trovata.
“Insomma, l’hai rubata” sentenziò infine la donna, con voce neutra.
“No, l’ho presa” protestò Mario, con aria indignata.
“Appunto, l’hai rubata.”
“Uh, che parole grosse. L’ho presa e basta, non era di nessuno, era lì, dimenticata da tutti e chissà da quanto tempo. L’ho soltanto presa, ecco tutto.”
“L’hai rubata” ribatté Laura, chiudendo il discorso e prendendo in mano la scatola, soppesandola e rigirandola per esaminarla meglio.
“Chissà se contiene qualcosa … Non hai provato ad aprirla?”
“Ma no, te l’ho già detto. Volevo riattaccare la zampa di quella statuetta, poi ho visto che era impossibile e allora me la sono messa in tasca e lì è rimasta. Dai, dammela che la apro.”
Laura glie la porse commentando “Ho l’impressione che aprirla non sarà semplice.”
Dopo vari tentativi e qualche grattata al mento e alla testa, fra i radi capelli, Mario si arrese all’evidenza: “Il meccanismo di scatto è completamente incrostato, bisogna togliere quella roba e metterci un po’ di lubrificante …” disse alzandosi per andare in dispensa a prendere quanto necessario.
La serratura, tornata pulita e luccicante come fosse nuova, continuava a non volersi aprire e cominciava, con il suo rimanere invariabilmente chiusa, ad esasperare il pensionato che per reazione inveiva pesantemente contro la scatola, aggiungendo qualche moderata bestemmia.
“Dai qua!” fece la moglie, allungando la mano verso la scatola, con una espressione di blanda commiserazione.
“Perché, tu pensi di riuscirci?”
“Fammi provare, cosa ti costa?”
Mario le diede la scatola e Laura, incurante delle fosche previsioni del marito, diede una sommaria occhiata alla serratura e ai vari lati della scatola, poi prese un robusto ago da cucito da una vecchia latta che un tempo aveva contenuto biscotti.
Il marito smise di canzonarla e si sporse in avanti, incuriosito, mentre la donna infilava l’ago in un piccolo foro e cominciava a muoverlo in vari modi, provando ora a spingere e ora a tirare le due piccole asticelle metalliche del chiavistello.
“E come l’hai visto quel buchetto?”
“Diversamente da te, ci vedo ancora bene.”
“Con gli occhiali. Comunque, vedo che non serve a niente.”
Mario aveva appena finito di ribattere che un secco rumore metallico fece cambiare l’espressione impegnata della moglie in uno sguardo di trionfo.
Posò la scatoletta sul tavolo di fronte a sé e al marito. Il coperchio, sebbene sganciato, era ancora al suo posto mentre i due, esitanti, guardavano quell’antico oggetto senza sapersi decidere.
“Bé, non la apri?” disse infine il marito.
“Chissà cosa ci sarà dentro … Devo proprio aprirla io?”
“Sei tu che hai sbloccato la serratura.”
“Ma sei tu che l’hai ru … presa.”
“Allora apriamola insieme, tu prendi il coperchietto da quel lato e io da quest’altro, al mio via lo solleviamo.”
Ognuno dei due strinse un lato del piccolo coperchio fra i polpastrelli del pollice e dell’indice, quindi all’unisono lo sollevarono.
La scatoletta, finalmente aperta, conteneva una ciocca di capelli di colore castano chiaro.
I due coniugi si guardarono l’un l’altro, stupiti, quindi Mario prese i capelli e li posò delicatamente sul tavolo. La scatola, che all’interno era in gran parte impregnata di un colore azzurro intenso, non conteneva nient’altro.
“E questi di chi saranno?” disse l’uomo, incapace di dire altro.
“Chi può saperlo?” rispose la donna che, pragmaticamente, rimise al suo posto la ciocca, facendo attenzione a non lasciare sul tavolo neppure un capello, e richiuse la scatola. “Non ci resta che una cosa da fare: che tu la riporti al suo posto” aggiunse dopo lo scatto della serratura.
“Cosa dici? È impossibile, dovrei rimetterla dentro la statua e portarmi attrezzi e cemento, o almeno del mastice adatto, e riparare la zampa. E, a parte che sono lavori che non so fare, con quale scusa? Se mi vedesse qualcuno? Chissà cosa potrebbe immaginarsi …”
“E altrimenti cosa pensi di fare? Vuoi tenerla? Se c’era qualcosa di prezioso, almeno …”
“Potrei … potrei farla sparire. In qualche modo.”
“Vuoi buttarla? Tu sei pazzo. Qualcuno ci ha messo dentro quei capelli, forse di una fidanzata, forse di un marito o di un figlio, o una figlia, o di un genitore … Sarebbe una mancanza di rispetto, a dei morti, per di più …”
“Non pensavo mica di buttarla nella spazzatura” rispose Mario, pensieroso. “Senti, farò così, in settimana vado dal ferramenta e vedo se c’è qualche colla rapida adatta al marmo, poi al primo allenamento vado lì e cerco di rimetterla al suo posto e riattaccare la zampa. Oppure la lascerò da qualche parte, fra gli arbusti vicino a dove l’ho trovata … e poi qualche santo sarà.”
I due tornarono a guardarsi negli occhi, in silenzio e poco convinti della proposta dell’uomo. Entrambi, anche se nessuno dei due voleva ammetterlo all’altro e forse neppure a sé stesso, erano in fondo incuriositi da quel mistero e avrebbero voluto sapere di chi erano quei capelli e la storia di cui erano muti testimoni. Senza contare, poi, quella strana serratura e la scatola con quel legno così antico e, soprattutto, con quel colore azzurro incredibilmente brillante.
Se solo fosse stato possibile saperne di più …
Ad ogni modo, giudicarono che l’idea che aveva avuto l’uomo non era poi così insensata e decisero di riporre temporaneamente la scatola in un cassetto del comò, fra calze e mutande.
Intanto, pensava Laura chiudendo il cassetto della biancheria, vedrò se in qualche biblioteca c’è un libro sulla Villa, magari ci trovo qualche indizio.
Guardando la propria immagine riflessa nel grande specchio sovrastante il comò, le venne spontaneo attorcigliare una ciocca dei suoi capelli intorno a un dito, un gesto che non le era per nulla abituale.

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